Il Passatore incoraggiato da suo padre Girolamo all’uso delle armi quando era ancora poco più di un adolescente (a quell’epoca si imparava presto a utilizzare il fucile per la caccia e per avere un arma con cui difendere gli animali e in casi eccezionali provare a difendersi dai briganti), aveva un occhio di falco ed una mira infallibile. Il padre che di professione faceva il traghettatore da una sponda all’altra del fiume Lamone, aveva anche il compito di controllare gli argini e assicurarsi che non venissero danneggiati. Capitava non raramente che i pastori, scendendo dai monti per l’attività della transumanza del bestiame mettessero a repentaglio le coltivazioni e gli argini del fiume con il passaggio dei loro greggi. Pertanto Stefano, incaricato dal padre, quando quest’ultimo era impossibilitato ad andare, si recava armato a perlustrare il fiume Lamone per evitare che questo flagello accadesse. Un giorno mentre era di guardia, un pastore prepotente e sprezzante di ogni regola, fece capolino sull’argine, intenzionato a fare pascolare il gregge proprio in quella zona. Ne nacque un acceso diverbio con Stefano, che sfociò in un litigio sempre più acceso. Stefano che era un adolescente impulsivo e accecato dalla rabbia, imbracciò il fucile e sparò senza pensarci. La sorte però lo salvò da questo tentato atto sciagurato e omicida, infatti, il colpo per un difetto del fucile non partì. La carica però esplose in faccia a Stefano, che fu lievemente ferito, ma uno spolverio di zolfo si impresse per sempre sul suo zigomo sinistro. Questo particolare diverrà un segno di identificazione del Passatore, quando diverrà ufficialmente un brigante rincorso in tutta la Romagna dai gendarmi.
Un elemento ricorrente nella storia del Passatore è il fucile, infatti in quell’episodio l’esplosione gli marchia il viso come una benedizione nefasta, che ne presagirà un futuro dedito alle armi e all’avventura illecita. A sancire ufficialmente l’entrata nel mondo del brigantaggio di Stefano Pelloni, sarà nuovamente un fucile, ma non un fucile difettoso, ma un fucile rubato.
Era il 1842 quando una piena disastrosa spazzò via il traghetto di Girolamo, causando anche il crollo di un arcata del ponte medievale dalle torri merlate. Stefano insieme a Giazzolo e al Bissone fu assoldato come operaio per i lavori di ripristino degli argini franati dall’impeto della piena del fiume.
Fu incaricata la ditta Paizzini di Piangipane, che sapendo della brutta fama che avevano le persone del luogo, assunse due sorveglianti a salvaguardia del cantiere: Luigi Tambini e Custode Cini armati di doppiette.
I due vigilanti stazionavano all’interno di una baracca di legno e da li sorvegliavano il cantiere. Stefano insieme agli altri due operaio suoi amici e complici, vivevano una vita al di sopra delle loro possibilità economiche ed erano quindi alla continua ricerca di denaro, pertanto architettarono di sorprendere nel sonno i due sorveglianti per potersi impadronire dei loro fucili, per poi poterli rivendere a qualche ricettatore in cambio di una cospicua somma di denaro.
All’orario prestabilito, i tre incappucciati piombarono all’improvviso all’interno della baracca mentre i due sorveglianti stavano dormendo e li colsero alla sprovvista. Puntandogli i fucili contro i due sentendosi minacciati non opposero resistenza. Quando i tre briganti fuggirono, i due sorveglianti uscirono gridando al ladro, ma nessuno accorse e i tre erano già lontano.
La giustizia si mise in moto a rilento, senza approdare a nulla, poiché la vaghezza degli indizi indusse le autorità a chiudere subito il caso. Quello che sembrava un furto finito nel dimenticatoio però venne riaperto all’improvviso, quando i gendarmi sorpresero Bonafede di Villanova, noto ricettatore, mentre tentava di vendere ad un uomo, una doppietta che possedeva le stesse caratteristiche di quella sottratta a uno dei due sorveglianti derubati. Bonafede messo alle strette confessò che il fucile glielo aveva venduto Giazzolo. Quest’ultimo venne arrestato e condotto nelle carceri di Bagnacavallo insieme al complice Bissone, mentre Stefano rimase impunito per ragioni che sono tutt’ora ignote.
Nel frattempo Luigi Tambini uno dei due guardiani derubati delle doppiette, aveva cambiato lavoro ed ora svolgeva la mansione di operaio alle dipendenze del Conte Ippolito Rasponi. Il 22 luglio del 1843 era un sabato e Stefano stava bighellonando nei pressi del cantiere. Camminò li attorno fino al protarsi della sera, quando Tambini insieme al fratello si apprestavano ad andare a casa. Stefano andrò loro incontro con un sorriso sinistro. Affiancandoli camminando lungo la strada, Stefano gli dichiarò ripetutamente la propria innocenza. Tambini Mario ignorò le suppliche e continuò a camminare per la strada di casa, ma si accorse con sospetto che il suo inseguitore nonostante non se la smettesse di ripetere le scuse, stava perdendo terreno dietro di lui. Non ebbe il tempo di comprendere il motivo dell’arretramento del proprio inseguitore, che quest’ultimo all’improvviso sparò con il fucile freddandolo davanti alla Chiesa di Boncellino. Queto omicidio sarà il primo di una lunga serie, di cui il Passatore continuerà a macchiarsi per eliminare i testimoni, i rivali o gli inseguitori della legge.
Le forze dell’ordine si misero immediatamente sulle tracce del Passatore, che sentendosi braccato si nascose nei rifugi più disparati, a casa di parenti o amici fidati. Stefano si aggirava però sempre nei luoghi che conosceva senza allontanarsi troppo, prevedendo e sfuggendo agli appostamenti dei gendarmi.
Il cerchio dei gendarmi pontifici attorno a lui però si fece più stringente e all’epoca lui non aveva le risorse e la necessaria esperienza per poter fuggire a lungo, Infatti il 10 ottobre del 1843, Stefano Pelloni fu sorpreso dai gendarmi guidati da Apollinare Fantini lungo la strada per Russi. Venne arrestato e condotto al carcere di Russi. A quei tempi i carceri non erano nemmeno lontanamente simili a quelli attuali, infatti quello di Russi era a gestione familiare. Moglie e marito si alternavano alla sorveglianza dei pochi prigionieri, aiutati da un anziano custode malaticcio. Nonostante la sorveglianza abbastanza precaria, Pelloni rimase rinchiuso in quella piccola prigione per più di quaranta giorni, aguzzando ogni giorno la mente alla ricerca di un modo che lo avrebbe potuto evadere. Imprigionato dietro solide sbarre pensò che l’unico modo per poter fuggire fosse quello di sedurre la piacente moglie del carceriere. Stefano era un giovane diciannovenne, ma aveva un fascino precoce e riuscì nel suo intento. La donna sedotta dal giovane, dopo una notte di passione lasciò aperta la porta delle prigione e il Passatore potè fuggire liberamente. La fuga però durò poco e i carabinieri lo riacciuffarono imprigionandolo nella prigione di Bagnacavallo, per poi ritrasferirlo nuovamente in quello di Russi e infine in quello di Ravenna. Qui venne processato ma rimesso in libertà per assenza di prove.
Su di lui però pendeva ancora l’accusa inerente al furto dei fucili e il 28 giugno 1845 fu processato a Ferrara e condannato a quattro anni di lavori forzati per la costruzione della nuova darsena di Ancona. Il 20 luglio la colonna di carcerati incatenati, stava marciando scortata dalle guardie in direzione di Ancona. La strada da percorrere era molta e la colonna avanzava a tappe per riposarsi e rifocillarsi. Lasciato il littorale ferrarese, la compagnia di carcerati e carcerieri ora procedeva lungo il litorale romagnolo, passando per Cervia, Cesenatico, nei pressi di Cattolica e costeggiando la spiaggia che a quel tempo era desolata, silenziosa e caratterizzata da alte dune di sabbia infestate da vegetazione marittima. Erano tutti sfiniti e affamati, così i gendarmi decisero di fermarsi per sostentarsi. Stefano che non aveva mai smesso di pensare alla fuga, era vicino al suo amico di prigionia Giazzolo. I due si guardarono e al momento opportuno, approfittando dell’allentamento della sorveglianza, si lanciarono tra le dune di sabbia in un disperata e affannosa fuga verso le colline sulle quali dominava l’azzurro del cielo sopra San Marino.