Le torri costiere della Romagna
Le torri costiere della Romagna

Le torri costiere della Romagna

11 Novembre 2025

La paura dei pirati turchi, che arrivavano dal mare

e le torri d’avvistamento di Cattolica

 

In seguito alla caduta di Costantinopoli nel 1453 e, in modo particolarmente drammatico, dopo la conquista di Otranto da parte degli Ottomani, il rischio di incursioni corsare nell’area adriatica conobbe un pericoloso e progressivo aggravamento. Tale minaccia indusse rapidamente le magistrature locali ad adottare drastiche misure di sicurezza al fine di arginare il fenomeno della pirateria. In una prima fase, circoscritta tra il XV e il XVI secolo, l’attenzione delle autorità fu primariamente focalizzata sulla protezione dei centri costieri. In questo arco temporale, infatti, si assistette all’edificazione di significative opere difensive nella Romagna centro-meridionale, tra cui le fortificazioni litoranee di Rimini, la Torre di Cattolica e, in un momento successivo, quella di Cesenatico.

A partire dal Seicento, la paura di un’invasione o occupazione territoriale fortunatamente non si concretizzò e infatti i loro attacchi si focalizzarono prevalentemente su azioni di saccheggio e abbordaggio. Queste incursioni miravano specificamente a navi da pesca o da trasporto, ma anche a coloro che si trovavano sfortunatamente a transitare nei pressi delle coste. Quando le vittime intercettate a terra erano sprovviste di beni di valore, esse venivano spesso rapite per estorcere un riscatto alle loro famiglie o per essere vendute come schiavi. Proprio in virtù di questo e non essendo necessaria una fortificazione continua lungo il litorale – dato che i pirati non miravano alla conquista territoriale –, gli interventi si concentrarono sulla realizzazione di una sequenza coordinata di torri. Queste strutture, opportunamente intervallate, avevano il triplice scopo di avvistamento, allarme e rapida difesa.

Nel tratto costiero che si estende da Cesenatico al promontorio di Fiorenzuola di Focara, ne furono edificate sei, tutte basate su un identico progetto costruttivo: due a Nord di Rimini (Bellaria e Torre Pedrera) e quattro a sud della città (Trinità, Fontanelle, Conca e Tavollo). I siti prescelti corrispondevano in genere alle foci fluviali o ad altri luoghi che, per la presenza di corsi d’acqua, costituivano un naturale richiamo per i corsari, spesso alla ricerca di approdi agevoli che permettevano loro di risalire i fiumi.

Nel XVII secolo, la difesa e la sorveglianza del litorale romagnolo erano gestite con mezzi limitati a causa dell’assenza di strutture fisse. Il controllo era affidato a guardie che pattugliavano a piedi la spiaggia, pronte a dare l’allarme in caso di pericoli marittimi. Tra aprile e ottobre, le incursioni dei vascelli turchi erano particolarmente frequenti.

L’aumento di queste minacce, in concomitanza con il declino della potenza marinara veneziana, spinse lo Stato Pontificio a intervenire. Fu così che nel 1673 venne finanziata la costruzione di sei torri a difesa della costa. I contratti d’appalto furono stipulati nell’aprile dello stesso anno, con un costo di seicento novanta scudi per ciascuna opera.

L’introduzione delle torri rivoluzionò la difesa:

  1. Sorveglianza: Permettevano l’avvistamento da una posizione eminente, garantendo una visione più ampia del tratto di mare.
  2. Guarnigione: Offrivano alloggio e protezione a una guarnigione di soldati armati.
  3. Logistica: Erano connesse a stalle per i cavalli, i quali erano il mezzo più veloce per inviare emissari in caso di pericolo.

Dalle torri si organizzava anche la disposizione dei capanni o casotti di legno lungo la spiaggia, usati come avamposti di controllo. Questi casotti avevano un duplice ruolo cruciale: non solo fungevano da sentinella contro i pirati, ma servivano anche da filtro sanitario. Controllavano gli arrivi per evitare che navi o persone sbarcassero contagiando i paesi costieri con malattie come la malaria. I soldati assegnati a questi posti verificavano gli arrivi per scongiurare rischi epidemiologici.

In periodi di allarme sanitario, la pesca e il trasporto marittimo erano soggetti a controlli severi. Le barche da pesca (i tartanoni) dovevano obbligatoriamente imbarcare un guardiano armato con pistola e archibugio, incaricato di impedire contatti e scambi con persone potenzialmente contagiose, che potevano avvenire in mare aperto. In caso di ispezione da parte dei soldati costieri, il guardiano doveva presentare l’apposita autorizzazione e l’elenco con i nominativi della ciurma.

LA TORRE DI CATTOLICA

Nel 1490, a Cattolica, i Malatesta diedero avvio alla costruzione della rocca, o torre, che è ancora oggi visibile al centro dell’abitato. Per finanziare l’opera, richiesero un contributo ai possidenti locali, come documentato in un rogito del 1492. Questo atto attesta la colletta imposta: “imposita habentibus domos in Catolica pro fabrica turris Catolice” (si tratta di una tassa imposta sui proprietari di case a Cattolica destinata a finanziare la costruzione della Torre di Cattolica). La struttura fu descritta dallo storico riminese Adimari come: “una rocchetta o vogliamo dire una buona gran torre molto forte di grosse muraglie, principiata dalli illustrissimi signori Malatesta l’anno 1490 che fu poi finita dall’illustrissima Comunità di Rimino”. Un’ulteriore testimonianza si trova nella descrizione del provveditore veneto che, nel 1504, la definì: “ una torre nuova che misura più di 20 passi di circonferenza ed è alta 12 passi. Si riferisce che tale torre fu eretta per salvare le persone e i beni degli abitanti della zona in caso di incursioni da parte dei Turchi, che in passato avevano già compiuto scorrerie in quei luoghi.”

Un bando del 1526, per ovviare a i danni de corsari, ci offre un’idea del sistema di vigilanza allora in atto:

Si stabilisce l’obbligo di mantenere una guardia continua sulla Torre alla Cattolica, con l’ordine espresso che, avvistando navi nemiche di giorno, la sentinella debba produrre un grande fumo sopra la torre e sparare un colpo d’arma da fuoco. A seguito di ciò, si darà immediatamente l’ordine di far partire due messaggeri a cavallo, uno in direzione di Pesaro e l’altro per Rimini, con l’incarico di avvisare i pescatori e chiunque sulla spiaggia potesse patire danno. Di notte, l’allerta dovrà seguire la medesima procedura, utilizzando un fuoco al posto del fumo e lo sparo di un colpo. Simultanemente, la guardia della Torre del Porto (di Rimini) dovrà stare vigile e, vedendo il segnale proveniente da Cattolica, dovrà a sua volta replicarlo per avvisare il Porto di Cesenatico. A Cesenatico si invierà poi con diligenza un cavallo per replicare l’allerta, in modo che, non appena scoperte navi nemiche, si dia subito il segnale e si comandino i cavalli in entrambe le direzioni, garantendo così che l’un luogo e l’altro si rispondano di mano in mano.

Contemporaneamente all’adozione delle misure difensive per la torre, fu decisa anche l’installazione di capanni sulla spiaggia. Questi ripari erano destinati a offrire protezione e ricovero alle sentinelle in servizio di guardia. Nel corso di poco più di un secolo dalla sua costruzione, la torre fu oggetto di numerosi interventi di restauro: già nel 1512, infatti, durante le incursioni dei soldati spagnoli, il tetto fu danneggiato e il Consiglio riminese dovette prontamente provvedere al ripristino. Seguirono ulteriori interventi di ripristino nel 1523 e nel 1547, e si documentano altre importanti opere di consolidamento strutturale nel 1564. Due anni dopo, nel 1566, un’importante disposizione pontificia ne sancì un ampliamento strategico della funzione difensiva, ordinando che si “scavassero e allargassero i fossati attorno alla torre, posta vicino alle osterie, e che fosse fornita di archibugi da posta, affinché, in caso di necessità, le popolazioni residenti nelle vicinanze potessero rifugiarvisi per combattere e resistere come in una batteria da campo“.

Nel Consiglio del 5 ottobre 1584, fu deciso di fornire alla Rocca di Cattolica una campana di grandezza adeguata. Lo scopo era poter suonare a stormo (a martello) per chiamare gli aiuti o per avvisare del pericolo imminente coloro che vi si trovassero esposti.

Consapevoli che la torre era più funzionale all’avvistamento e alla segnalazione dei pirati che alla salvaguardia della gente locale, si decise di proteggere l’intero centro abitato con l’inizio della costruzione di una cinta bastionata. I lavori si protrassero per alcuni anni, fra indugi, sospensioni e rettifiche, ma l’opera rimase incompiuta nel 1587.

Con la costruzione delle torri sui fiumi Conca e Tavollo, si aprì un lungo dibattito sull’opportunità di continuare ad armare la torre di Cattolica. Prevalse la tesi del mantenimento. Non a caso, un codice di fine Seicento rivela con precisione l’armamento: “La Cattolica è una torre distante due miglia da San Giovanni in Marignano, ed è armata con otto spingarde, due moschetti e due falconetti. È presidiata da due soldati a cavallo e due a piedi, con un sergente di guardia.”

L’inventario del 1739 documenta la composizione dell’armamento della torre, come segue:

Al piano superiore: Due falconetti di bronzo con relative casse e ruote ferrate (a uno dei quali mancavano gli anelli di ferro ai barili delle ruote).

Nel camerino della munizione:

  • Mezza sacchetta di palle di piombo per le spingarde.
  • Un pezzo di miccio (miccia).
  • Ventisei palle da falconetti in cassettina.
  • Quattro spingarde.
  • Un cavalletto rotto.
  • Due bacchette per caricare i falconetti.

A seguito del crollo della Torre del Tavollo, il ruolo di vigilanza e difesa della Torre di Cattolica si fece più stringente. Tuttavia, nel Settecento, la sua funzione primaria mutò: la difesa dai pirati subentrò gradualmente alla più diffusa funzione di difesa sanitaria.

Sotto il profilo strutturale, la torre fu oggetto di diversi risarcimenti e riparazioni nel corso dei secoli. In particolare, nel 1756 furono eseguiti importanti lavori cogliendo l’occasione per riparare i danni provocati da un fulmine. Si registrarono ulteriori interventi di restauro e manutenzione nel 1795 e nel 1805. La trasformazione fu sancita nel 1820, quando la rocca, dopo essere stata sede del Capitanato, divenne Ufficio del Deputato alla sanità marittima. Una relazione di quell’anno la definiva ancora come una «superba e solidissima torre situata sull’alto della collina o greppe». Nel 1859, tuttavia, la situazione cambiò drasticamente: a causa dei gravi danni recati dall’acquartieramento dei soldati, e per evitare l’elevato onere dei restauri, gli organi governativi si orientarono verso la vendita dell’edificio. La torre fu acquistata da privatamente, dal conte Saladino Saladini (figura storica e politica rilevante della Romagna nel XIX e XX secolo), nel 1864 e, dopo notevoli interventi edilizi, venne convertita in una residenza di villeggiatura. Oggi la rocca è di proprietà privata ed è conosciuta con il nome di Villa Silvia.

Nel contesto delle fortificazioni costiere di Cattolica, merita una breve menzione anche la Torre del Conca, finché esistette. Questa struttura era il residuo dell’antico castello posto sul poggio prospicente il mare, in una posizione dominante e davvero favorevole per la vigilanza costiera e l’avvistamento dei legni corsari. Dai sondaggi eseguiti, parrebbe che la torre sia ancora parzialmente esistente, inglobata nel corpo di un edificio di data posteriore, sul ciglio settentrionale di Monte Vici, con alcune sue strutture murarie che sarebbero riapparse in superficie.

LA TORRE DEL CONCA

I lavori per la costruzione della Torre del Conca, situata sulla riva sinistra del fiume omonimo, furono assegnati nell’aprile del 1673 al magister Desiderius filius Antonii Minoti. Già nel 1697, la torre dovette essere riedificata, poiché la struttura originaria era quasi totalmente diroccata.

Sulle cause del crollo della prima torre esistono diverse ipotesi:

  • Problemi Strutturali: Alcuni storici ritengono che il cedimento fosse dovuto all’uso di materiali inadeguati, in quanto le murature erano state riempite solo di fango e creta, senza l’impiego di mattoni o pietre.
  • Infiltrazioni: Un’altra ipotesi, ritenuta molto plausibile e riscontrata in tutte e sei le torri romagnole, è che la copertura piana favorisse la penetrazione dell’acqua piovana nelle murature, causandone un rapido deterioramento.

Proprio per ovviare a quest’ultimo problema, a partire dal 1697, le torri – inclusa quella del Conca – vennero dotate di una più tradizionale copertura a padiglione. Questa modifica, pur alterando l’aspetto originale, risolse il problema delle infiltrazioni e ne allungò la vita utile.

L’esistenza della Torre del Conca è confermata da vari documenti successivi:

  • Una relazione del 1820 ne attesta l’esistenza sulla sinistra del fiume, precisando la distanza dalla strada consolare (448 metri) e dal ponte di legno (921 metri).
  • Il Catasto Gregoriano del 1835 ne conferma l’utilizzo come stazione telegrafica.
  • La Monografia Statistica della provincia di Forlì del 1866 la colloca nel territorio di Misano Adriatico, con un’altezza di 16,56 metri sul livello del mare.
  • Le ultime tracce documentate della sua esistenza risalgono al 1882.

LA TORRE DEL TAVOLLO

La costruzione della Torre del Tavollo, alla foce dell’omonimo fiume e sulla sua riva sinistra, venne assegnata nell’aprile del 1673 al magister Nicolaus quondam Francisci Petrinetti. Pochi anni dopo la sua edificazione, tra il 1687 e il 1693, una perizia evidenziò immediatamente carenze costruttive e l’uso di materiali di scarsa qualità. In particolare, l’impiego di mattoni “malcotti” faceva presagire un imminente crollo, poiché le murature realizzate con questi materiali difettosi non riuscivano a mantenersi coese.

Anche in questo caso, le verifiche conclusero che l’infiltrazione d’acqua dalla sommità a tetto piano aveva gradualmente compromesso l’intera struttura. Come per le altre torri, anche in quella del Tavollo il problema fu risolto con la successiva installazione di un tetto a padiglione.

Un codice vaticano di fine Seicento la descriveva come distante mezzo miglio dalla Torre di Cattolica, armata con tre spingarde e otto moschetti, e presidiata da tre soldati e un sergente di milizia a piedi.

Nel 1712, il generale Luigi Ferdinando Marsili, durante le sue ricognizioni, notò il “mal stato” della torre, pur riconoscendone la strategica importanza. Trovandosi alle spalle del promontorio di Gabicce, la struttura era particolarmente esposta e soggetta alle aggressioni delle burrasche marine.

La sua condizione divenne precaria nel luglio del 1743, rendendola inabitabile. Già nel 1764 veniva descritta come diroccata, mentre la sua rovina definitiva è attribuita a una violenta burrasca marina del 13 dicembre 1761.

 

 

 

 

 

 

Preventivo gratuito