Dalla fine del dodicesimo secolo, il territorio sottoposto alla giurisdizione di Ravenna, che includeva l’intera Romagna, faceva parte dell’impero medievale. All’inizio del tredicesimo secolo, il papato tentò di riaffermare i suoi diritti inerenti il possesso della provincia. Questo intento sfociò in un conflitto che generò due fazioni contraddistinte: i guelfi sostenitori del Papa e i ghibellini dalla parte dell’Imperatore. Fino al 1239, tutti comuni romagnoli, ad eccezione di Faenza, seguirono la causa ghibellina e quindi filo imperiale. Per i sette anni che seguirono, la Romagna rimase ghibellina, ma dalla sconfitta imperiale a Parma e la conseguente avanzata trionfale verso nord del legato papale, per mano del cardinale Ottaviano degli Ubaldini, ogni città della provincia divenne di parte guelfa.
A Rimini fino al 1248, le lotte di parte erano state dominate dai guelfi Gambacerri in conflitto con i ghibellini Parcitadi. Da quell’anno in poi i Malatesta preferirono schierarsi dalla parte guelfa, nonostante precedentemente, nella prima metà del secolo, con Malatesta da Verucchio avessero prosperato nell’alleanza ghibellina. Malatesta infatti aveva sposato Concordia di Arrighetto, la cui madre apparteneva alla famiglia dei Parcitadi, ricavandone una sostanziosa dote in seguito al matrimonio. Oltre al denaro, dal matrimonio ottenne vasti possedimenti e castelli. Essere un ghibellino rese Malatesta un uomo ricco e lo innalzò di rango, rendendolo uno dei più potenti di Rimini.
La notizia della sconfitta di Federico II a Parma fu la chiave di volta dell’ascesa al potere e delle fortune dei Malatesta. Mentre l’imperatore Federico veniva sconfitto, Malatesta si trovava sulla via Emilia alla testa di un esercito come supporto e aiuto delle armate imperiali. Secondo una leggenda, Malatesta intercettò una lettera imperiale in cui lo si accusava di non essere fedele alla causa di Federico II. A quel punto, i Malatesta sentendosi minacciati non fecero altro che seguire il cambiamento del vento, che giocava ora a loro favore, schierandosi quindi da quel momento dalla parte dei guelfi. Questa mossa accorta oltre a dimostrare l’abilità e la sagacia politica di Malatesta, fu importante soprattutto perché in quel momento storico con essa ottenne un largo seguito di sostenitori a Rimini. Dalla fine del secolo, quindi Malatesta divenuto un potente Signore guelfo, si inimicò gli Omodei e i Gambacerri. Nel 1271 però riuscì a liberare Rimini da un governo prevalentemente ghibellino, espellendone i suoi sostenitori. Nel 1275, da capitano del popolo a Bologna, benchè sconfitto in aprile e giugno da Guido da Montefeltro, riuscì a mantenere un ruolo di spicco tra i guelfi romagnoli, dovuta al fatto che a Rimini continuava ad avere un folto numero di sostenitori.
Tra il 1249 e il 1279, la provincia era in preda a moti anarchici, che nemmeno Bologna o altro potere centrale erano in grado di frenare. La rivalità dei nobili per il potere e l’influenza nel contado andarono di pari passo con i tentativi delle fazioni aristocratiche di guadagnare il controllo della città. Importante ai fini di questo intento era assumere il ruolo di podestà e diventare quindi il principale funzionario esecutivo a sostegno delle decisioni all’interno del consiglio generale. Assicurarsi la podesteria significava affiancarsi alla fazione dominante, la quale attraverso l’uso della forza e della persuasione, riusciva ad ottenere i voti degli uomini nel consiglio generale. In questo clima violento caratterizzato da intimidazioni e contrasti tra fazioni, le rivalità tra Imperatore e Papa assunsero connotati di un vero e proprio conflitto al quale nessuna autorità poteva porre un freno. Dal 1278 questo clima caratterizzato da tensioni e rivalità portò ad un’instabilità politica che vide i nobili di Imola e Ravenna passare dalla parte guelfa e allearsi con i governi guelfi di Firenze e Bologna. Con Guido da Montefeltro invece, Forlì, Cesena e Faenza erano di parte ghibellina, ma la situazione era instabile e in modo particolare i Lambertazzi (nobile famiglia ghibellina di Bologna) stavano cercando di rovesciare questa posizione.
In questa fase delle famiglie signorili romagnole, soltanto due avevano ottenuto autorità all’interno del comune: I Malatesta e i da Polenta. Dal 1279 Malatesta da Verucchio era divenuto il principale capo guelfo della provincia di Rimini. I Manfredi erano a capo di una fazione ma esiliati, gli Alidosi e gli Ordelaffi erano alle dipendenze di uomini più potenti di loro.
Nel gennaio e febbraio del 1286 si assistente ad una serie di intrighi escogitati per mano del Governo della Chiesa ai danni dei Malatesta e i da Polenta, con l’intento di minarne l’alleanza. Malatesta reagì ai tentativi di sabotaggio della Chiesa formando una lega con il condottiero Maghinardo Pagani e i suoi alleati ghibellini, schierandosi apertamente contro il papato. Forte di questo sostegno, Malatesta divenne podestà di Rimini dal 1282 al 1288 ed è in quegli anni che l’influenza della sua famiglia si espanse anche nelle Marche.
Con la nomina a rettore di Armanno de’ Monaldeschi, si aprirono le trattative per la riconciliazione tra la Chiesa e Rimini. Questo tentativo però non giovò ai Malatesta, poiché nello stesso momento il comune stava cercando un guida inflessibile da contrapporre all’autorità papale. Le conseguenze del tentativo di riconciliazione, fu quello di favorire gli oppositori ghibellini dei Malatesta. Salì quindi al potere Montagna dei Parcitadi e i Malatesta furono espulsi. Non rientrarono a Rimini fino al febbraio 1290 e furono costretti la politica antipapale dei loro concittadini. Nello stesso anno i Malatesta si riappacificarono con i da Polenta per la questione relativa all’assassinio di Francesca (Paolo e Francesca famosi per le vicende di Gradara). Quando in novembre i da Polenta imprigionarono il rettore Colonna a Ravenna, i Malatesta strinsero alleanza con loro e riconquistarono il potere a Rimini schierandosi contro il papato. A 83 anni Malatesta da Verucchio, nel 1295 cacciò i Parcitadi fondando stabilmente il suo potere sulla città di Rimini. Montagna de’ Parcitadi fu prima catturato poi ucciso in prigione da Malatestino figlio di Malatesta.
Da adesso in poi tutto il potere fu in mano ai Malatesta e quando il centenario Malatesta da Verucchio morì nel 1312 la sua famiglia era saldamente al potere in città.
Nel suo testamento Malatesta espresse la volontà che non ci fossero conflitti tra i suoi discendenti, ma un perpetuo clima di pace. Gli interessi però erano troppo alti affinchè questo volere potesse essere rispettato e infatti le sanguinose contese divisero la famiglia Malatesta.
Uberto, conte di Ghiaggiolo, figlio di Paolo Malatesta si scontrò con Malatestino dell’Occhio per il possesso di Cesena. Il conte di Ghiaggiolo nel 1324 stava trattando e tramando in segreto con suo cugino Ramberto (figlio di Gianciotto Malatesta), su di un modo per sottrarre il potere di Pandolfo su Rimini. Uberto sbagliò a fidarsi del figlio dell’uomo che uccise suo padre e il 21 di gennaio infatti Ramberto lo invitò nel proprio castello di Ciola Arardi a Roncofreddo, e lo fece uccidere da tre scagnozzi.
A destare ulteriore scompiglio nella famiglia, fu la morte di Pandolfo Malatesta nel 1326. Ne scaturì un conflitto di interessi di successione, infatti sia Ferrantino (figlio di Malatestino dell’Occhio), che Malatesta (figlio di Pandolfo), dichiararono entrambi di essere gli eredi designati a diventare capo famiglia.
Dovettero trovare un accordo per cercare di accontentare entrambi, in considerazione del fatto che il capo famiglia doveva essere soltanto uno e quindi si divisero: Ferrantino gli successe a Rimini, mentre a Malatestino andò Pesaro. Ad essere scontento da questa divisione dei poteri però fu Ramberto che manifestò aspramente il suo risentimento. Ferrantino accompagnato dal nipote Ferrantino Novello fu invitato al castello di Ciola Arardi a cui sarebbe successa la stessa sorte di Uberto, se un serie di circostanze non avesse trattenuto Malatesta nelle Marche impossibilitato a raggiungere gli altri due. Questo imprevisto salvò gli altri dal piano di Ramberto di farli uccidere tutti, perché se avesse ucciso i due presenti, Malatesta avrebbe potuto sospettare il complotto e tramare a sua volta una vendetta per vendicare i due assassinati.
Nel 1327 il cardinale Poggetto riuscì a riconciliare la famiglia di Ramberto con quella di Malatesta. La pace anche in questo caso però durò poco, infatti nel 1330, Ramberto intenzionato a chiedere perdono a Malatestino per i suoi tradimenti passati, si prostrò ai suoi piedi. Ma Malatestino insensibile ad ogni scusa trafisse con la spada il cugino.
L’evento decisivo accadde il 3 giugno 1334, quando Malatesta convocò i suoi cugini al castello di Rimini per poi imprigionarli. Tra i prigionieri c’erano: Ferrantino, Malatestino Novello e Guido, mentre Ferrantino Novello si salvò dalla cattura. Questo ennesimo espediente fece assumere a Malatesta l’appellativo di “Guastafamiglie” e gli assicurò il potere sulla città. Due dei cugini imprigionati morirono richiusi nel castello di Fossombrone, mentre Ferrantino che era il più anziano fu esiliato ad Urbino. Ferrantino Novello che invece era sfuggito alla cattura, cercò in tutti i modi di vendicarsi, ma morì nel 1352 senza riuscirci.
Il capitanato dei Malatesta fu stabilito nel 1334 dopo la conquista di Rimini da parte di Malatesta Guastafamiglia e Galeotto. In un Consiglio Generale svoltosi nel novembre dello stesso anno, si stabilì che il Guastafamiglia, Galeotto e i loro discendenti fossero resi indipendenti da ogni ordinanza e statuto comunale e messi nella posizione di agire in contrasto con essi. Oltre a questo i due fratelli ottennero i pieni voti per poter riunire il Minor Consiglio a loro piacimento. L’ascesa dei Malatesta gli rese potenti e influenti tanto da vedersi attribuire statuti che gli concedeva il totale controllo sulle entrate comunali e sulla giurisdizione del territorio del comune. Nell’aprile del 1335, il Consiglio Generale, approvava il diritto concesso a Malatesta di elezione alla podesteria. In pratica poteva delegare e nominare una persona di fiducia per ruolo di podestà. Quella del podestà come avvenne anche in altre città romagnole, divenne una funzione di carattere giudiziario ed esecutivo sotto il controllo diretto del Signore della città.
Marco oggi si trova nella Rocca di Santarcangelo, acquista all’asta dai nobili Colonna e appartenuta ai Malatesta. Attualmente la Rocca di proprietà dei Colonna è stata in gran parte restaurata e oggi è un luogo ideale per manifestazioni culinarie, concerti e visite guidate. Oltre all’interesse storico, architettonico e museale, nella rocca è presente una cucina dotata attrezzata di ogni tecnologia adatta a cene esclusive dove in diverse occasioni sono stati protagonisti chef internazionali come: Carlo Cracco, Massimo Bottura e Antonino Cannavvacciuolo.