Stefano Pelloni
Stefano Pelloni

Stefano Pelloni

23 Gennaio 2025

L’incredibile storia del Passatore

 

La figura del Passatore alimentata da diverse canzoni tra le quali una del grande maestro Secondo Casadei (Canzone del Passatore) , da cinque film che ne ripercorrono le gesta e la storia, tra i quali una recente commedia musicale risalente al 2008 (La leggenda del Passatore, regia di Gabriele De Pasquale), e una bibliografia molto variegata, hanno contribuito in tempi relativamente recenti ad alimentare la fama e la fantasia di un personaggio che è tutt’ora un simbolo della Romagna ribelle di metà Ottocento. Questo personaggio incarnava pienamente l’audacia senza paura, la capacità di sfuggire come un Ramboo romagnolo alla spietata caccia dei gendarmi e dall’esercito austriaco. Quest’uomo senza scrupoli, caratterizzato da uno sguardo truce e da un aspetto fisico malconcio e capace provocare timore nelle persone, sfidava le autorità per le strade delle Romagna, derubava e depredava i ricchi possidenti, apparendo alla povera gente dell’epoca come un mito o un eroe temuto ma rispettato e temuto allo stesso tempo. Con lui i popoli oppressi sognavano di cavalcare l’onda della ribellione e del riscatto, da un mondo e una società che li teneva bloccati nell’immobilità dello sviluppo e nella povertà.

CONTESTO STORICO

Con la Caduta di Cesare Borgia, la Romagna ritorna stabilmente sotto il dominio soffocante dello Stato Pontificio per quasi tre secoli (dal XVI al XVIII secolo). Le campagne romagnole sono caratterizzate da un mondo contadino povero e ricco di stenti, miseria e isolamento dagli eventi del mondo. A peggiorare la situazione ci sono eventi incontrollabili come pestilenze e carestie che falcidiano la povera gente. Il tempo è scandito dai ritmi della natura e soprattutto dal ciclo agrario, caratterizzato dal periodo: della semina, la mietitura, la vendemmia, e tutte quelle attività legate all’allevamento e nutrimento del bestiame.

Per la gente del contado la vita gira tutta intorno a questa ciclicità, in un periodo storico ancora buio (l’elettricità pubblica arriverà in Italia, nel 1889 a Udine) e precario, per niente globalizzato e arretrato. La gente viveva allo stesso modo da generazioni senza aspettarsi nulla di diverso, con pochi contatti con un mondo diverso da quello rurale, confinato e ristretto nel pensiero ma anche nei confini territoriali.

Un mondo povero, ma ricco di valori dicono spesso tutt’ora gli anziani, un’esistenza scandita dal lavoro e dai più rari momenti di festa. Queste occasioni rare per questa povera gente, erano le feste per la mietitura, la vendemmia, la macellazione del maiale, gli incontri domenicali nei luoghi di culto e quelli serali nelle stalle, unici momenti “mondani” in cui i giovani potevano incontrarsi. Una vita insomma strettamente legata ai frutti dei duri sacrifici nei campi, che potevano essere festeggiati quando venivano ripagati dalla generosità della natura e dagli eventi metereologici, ma anche castigati dalla crudeltà degli eventi avversi. A frenare questi rari momenti conviviali, c’era spesso anche l’intervento della Chiesa e dei proprietari terrieri, che tendevano a vietarli perché ritenuti pericolosi per la morale e per l’ordine pubblico. Come avvenne spesso nell’arco della storia passata, spesso chi deteneva il potere cercava di tenere sotto controllo le masse attraverso questi espedienti moralistici o religiosi. Si vietano quindi anche in questo caso, le feste legate al ciclo agrario, così come la libertà di frequentazione tra contadini e per contratto veniva vietata la frequentazione di osterie. Non si può quindi partecipare a nessun tipo di festa e nemmeno recarsi in città. L’unica che può frequentare il mercato cittadino per assolvere alle compere e agli scambi inerenti alle necessità del podere, è la moglie del capo famiglia: l’azdora.

Il potere detenuto come sempre nelle mani pochi e questi vogliono limitare l’incontro tra le persone, con l’intento di restringere il dialogo e le riflessioni in modo che il popolo non sviluppi nuove consapevolezze. Per mantenere la povera gente nell’ignoranza e nella povertà,  Chiesa e ricchi possidenti puntano ad isolare le famiglie contadine, contribuendo ad un immobilismo che ne impedisce sviluppo e modificazione di pensiero e vedute.

I limiti che i contadini subivano nella propria vita personale erano estremamente vincolanti e li privavano di libertà: se un contadino voleva sposare una donna, doveva richiedere l’autorizzazione del padrone e doveva “figliare con giudizio”, in quanto l’aumento o la diminuzione dei membri della famiglia e quindi anche dei figli, poteva pesare oppure essere necessario ai fini economici del fondo.

Questo immobilismo viene rotto (e qualcuno dirà finalmente) dalla Rivoluzione francese e quindi dalle conseguenti guerre napoleoniche, che prepotentemente scuotono la società dalle fondamenta.

In realtà però per le famiglie contadine questi eventi non cambiano granché, infatti la gente di campagna piegata dal duro lavoro nei campi, isolata dalle città e dai grandi centri di potere, non ha percezione che stia avvenendo un cambiamento. Addirittura in questa società contadina molto credente, c’è chi percepisce la rivoluzione come qualcosa di totalmente destabilizzante, poiché essa si scontra duramente e combatte la sovranità della sovranità temporale della Chiesa, venendo percepita come qualcosa di demoniaco.

Le condizioni dei lavoratori rimangono immutate e quindi sempre precarie e dure anche mentre la rivoluzione si espande come un incendio in tutta la Romagna e non solo. Gli eventi che toccano direttamente però anche il mondo contadino ce ne sono e riguardano il passaggio delle truppe austriache, dei Savoia e dei Borbone, che lasciano segni di combattimento, ma soprattutto di razzia di bestiame, ortaggi e prodotti della terra.

Con il Congresso di Vienna del 1815, la parentesi napoleonica si ritiene conclusa e viene restaurato lo Stato della Chiesa. In Italia si scatenano insurrezioni carbonare e rivolte popolari, coadiuvate dall’azione diplomatica dei Savoia, che porteranno successivamente alla costituzione del Regno d’Italia. L’unità d’Italia del 1861 muta finalmente e profondamente la storia delle popolazioni rurali romagnole ponendo le basi per la costruzione di una nuova coscienza delle masse contadine. La politica del progresso punta all’industrializzazione del paese, senza tralasciare le campagne, nelle quali si formano aziende capitalistiche di grandi dimensioni. I piccoli poderi non possono più competere con le grandi aziende e il podere non basta più al sostentamento di tutto il nucleo famigliare e quindi i più giovani abbandonano la condizione mezzadrile per diventare braccianti  agricoli di professione.

Questa rivoluzione che modifica l’assetto secolare dell’organizzazione rurale, però attua alcune novità che creano malcontento. Una di queste è l’introduzione della tassa sul macinato del 1869, attraverso la quale i contadini si vedono sottratti dal mugnaio una quantità di grano. La tassa onerosa e imposta dall’alto, pesa duramente sulle già povere economie contadine. E’ in un clima di povertà e di popolazioni messe in ginocchio da questa tassa, che in Romagna la ribellione cova il germe della ribellione. In un contesto di instabilità politica e sociale, l’inimmaginabile miseria e il quadro culturale caratterizzato da un analfabetismo generalizzato, furono un terreno fecondo per abbracciare la voglia di ribellarsi e favorire il fenomeno del brigantaggio. Molti giovani lusingati dal miraggio di poter vivere senza troppa fatica, decidevano di percorrere la strada della violenza e dell’illegalità, caratterizzata all’inizio da rapine di piccole entità (polli, conigli, ortaggi…), che però potevano sfociare anche in vendette, anche sanguinarie, che li compromettevano per sempre, costringendoli a vivere da briganti per il resto dei loro giorni. Nella Romagna di metà Ottocento, l’esercito dei briganti aveva raggiunto proporzioni vastissime, contando numerose famiglie e bande coinvolte nel malaffare.

LA NASCITA DEL PIU’ GRANDE BRIGANTE ROMAGNOLO

In questo clima di tensione e ribellione, nasce e si alimenta il mito del Passatore, un simbolo di Romagna, un Robin Hood Romagnolo, conosciuto da tutti anche grazie anche alla poesia di Giovanni Pascoli, come il Passator cortese.

Il Passatore diventerà un mito, un ribelle allo Stato della Chiesa, un eroe dal fascino antico, un patriota vendicatore, alimentato dal bisogno della povera gente di credere in qualcuno capace di ribellarsi ai padroni del mondo. Il Passatore si faceva beffe dei numerosi editti emanati a tutela delle famiglie coloniche e dei possidenti borghesi.

Gianni Morelli prolifico saggista e studioso lo definisce: “ un ribelle politico, detonatore di un Romagna povera, inquieta, violenta e malgovernata… un frutto aspro, acerbo, ma pur sempre un frutto di Romagna”.

Il Passatore agiva e si muoveva in tutta la Romagna e in modo particolare nel Lughese e nel Faentino e se ne ricordano imprese memorabili a Forlimpopoli , Longiano e Sant’Arcangelo. Ebbe per tutta la vita un attaccamento istintivo e di affetto per questo territorio e per le sue origini dalle quali non si allontanerà mai troppo. Tornerà sempre nelle sue zone anche quando sarà braccato da un numero sempre più crescente di gendarmi. Sempre in maniera furtiva e accorta, tornerà spesso anche a Boncellino suo luogo natale e residenza dei sui genitori. Boncellino godeva nei territori circostanti di una pessima fama, per essere terra di ladri e contrabbandieri. E’ in questo angolo malfamato di Romagna, che il 24 agosto 1824 nascerà Stefano Pelloni, l’ultimo di dieci fratelli.

Il nome “E’ Pasador” (il Passatore), Stefano lo prenderà dal padre, che esercitava la professione del traghettatore da una sponda all’altra del fiume Lamone.  Da ragazzetto saranno rare le occasioni in cui il giovane aiuterà il padre in questa mansione.

Girolamo il padre di Stefano era preoccupato per il figlio, che dava segni di irrequietezza già da adolescente e questo unito al fatto che frequentava brutte combriccole, gli destava non poca preoccupazione. Il parroco del paese suggerì ai genitori di mandare il figlio a Cotignola, lontano da casa, nelle mani del maestro Biserni. Quest’ultimo aveva la fama di essere estremamente severo, andava di verga sulle mani degli studenti quando lo riteneva necessario ed era capace di raddrizzare anche i ragazzi più ostili ad ogni disciplina. Ci provò in tutti i modi ma con Stefano non ci fu proprio niente da fare e così finita l’avventura scolastica dovette suo malgrado imboccare la faticosa e mal retribuita vita del bracciante, come tanti altri giovani della sua età. Ma anche questa fase lavorativa durò poco infatti di li a poco, avrebbe intrapreso ben altra carriera.

Le sventure del Passatore molto probabilmente ebbero inizio sulla piazzetta di fronte alla Chiesa di Pieve di Cesato. Una lite scoppiata con un coetaneo che lo aveva provocato, scaturì in una sassaiola che ebbe un tragico epilogo, infatti, Stefano (che ancora non era conosciuto con lo pseudonimo di Passatore) con un pietra colpì malauguratamente alla testa una malcapitata uccidendola sul colpo. Il giovane finì quindi in carcere, per poi evadere e darsi alla macchia e iniziare quella che sarà la storia più incredibile del più grande brigante di Romagna.

 

 

 

 

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